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Non tubare.

Yester non dice mai niente. Si siede dietro di me, mi ascolta, scrive sul taccuino e non dice niente. Niente su come dovrei fare, niente sul sonno, niente su Sonia. Niente di niente. Mia madre dice “Non stai ancora bene” e intanto lo paga. E quando dice “ancora” usa un tono strano, pensa di essere gentile. Crede di doverlo essere, solo perché sono sua figlia.

C’è questo sogno, che vorrei raccontare a Yester.
Sto dormendo nel mio letto, solo che la camera, l’appartamento, il palazzo, sono di profilo, come se tutto fosse tagliato in due, in verticale.
Così si vede dentro.
Io sono io, ma mi vedo da fuori. Un po’ piatta, di profilo. Prima arriva un raggio di luce gialla che mi scalda il seno. La lampada è accesa, ma il raggio di luce si vede lo stesso. Poi da sinistra arriva un angelo, o qualcosa del genere. Vola rigido, sempre di profilo, come trasportato da una teleferica misteriosa. Anche le ali stanno fisse. Me le aspettavo colorate, tipo pappagallo, invece sono grigie.
Lo vorrei dire a Yester: qualche sfumatura ce l’hanno, come la benzina sull’asfalto dopo un incidente.

Lo vorrei dire a Yester: qualche sfumatura ce l’hanno, come la benzina sull’asfalto dopo un incidente.

Tutte le volte che atterra, io spero che abbia da dirmi qualcosa su Sonia, sulla nostra storia e sul motivo per cui non vuole più vedermi, neanche da lontano.
Lo chiederei a Yester, se il desiderio ha un raggio d’azione, se l’amore si può diffidare.

Sotto le ali ha il busto eretto. Non è né uomo, né donna e ha le spalle ampie e dritte, troppo dritte anche per un angelo.
Quando i sandali toccano il suolo e la gonna si gonfia, chiude le ali, ma non benissimo, perché, praticamente, non ha le braccia. Nei quadri, di solito, hanno le braccia. Il mio no, ha solo le ali.

Nei quadri, di solito, hanno le braccia. Il mio no, ha solo le ali.

Ogni volta m’illudo che cambi qualcosa, che abbia una tromba d’oro, una lettera enorme, qualcosa che mi distragga da quei suoi occhi di cera, stupidi e spalancati. E invece la rabbia mi sale proprio quando apre bocca, perché mai e poi mai mi parla di Sonia. Tuba, ecco cosa fa.

Sgrana gli occhi e tuba come un piccione di strada. Lo stesso, penso che sia la voce di Dio, che questo angelo sia un modo per arrivare a qualcosa di saggio e sano e buono. E più non lo capisco e più mi assale il dubbio dei miei sentimenti, dei miei ricordi. Lui tuba e io penso che sia vero che non c’è mai stato niente tra me e Sonia e che, come dice suo padre quando mi offre il caffè, la sto tormentando, che a stento c’ho parlato cinque volte. Versando lo zucchero, lui mi dice di mollare la presa, di vivere e lasciar vivere. Io gli ricordo quanto Sonia sia perfetta in tutto e bella, bella oltre ogni immaginazione e lui mi accarezza l’avambraccio, poi lo stringe, cameratesco. “Sciocchezze” dice, e, per me, è come se stesse tubando. Lui la chiama ossessione, io amore e la distanza è incolmabile. È anche gentile, per carità. Dice che non c’entra il fatto che io sia una ragazza. Dice che è il modo, come se ci fosse un modo unico di vedere le cose, di sentirle. Dietro ai suoi sorrisi, alla sua educazione, alle sue camicie, c’è scritto che io il modo giusto non ce l’ho e non ce lo posso avere.
Questo non me lo dice il padre di Sonia e neanche Yester, ma è chiaro. Non capiscono che io voglio solo stare per sempre con lei.

Lui la chiama ossessione, io amore e la distanza è incolmabile.

Io dico che dovrebbe essere l’angelo a decidere, perché è come un arbitro, al di sopra di tutto, anche dell’ordinanza, anche della legge. La cosa che più mi fa soffrire è che ho provato a parlare con Sonia, ma lei non vuole. Ho provato a parlare onestamente con il padre, ma lui continua a offrirmi caffè. Ho provato a confidarmi con mia madre, ma lei cerca una figlia che non ha. Almeno l’angelo ci prova, a comunicare. Io gli faccio delle domande, sempre diverse, su di me, su Sonia, su suo padre, sul lotto, sulla morte. Lui gira in cerchio, ondeggia il capo e non risponde. Tuba. Però ci tiene, non si arrende e insiste, raspa con i sandali sulla moquette, alza il tono, il volume, apre ancora di più le palpebre e, camminando, fa degli “8” sempre più stretti, sempre più veloci.

Yester mi ha insegnato a relazionarmi con lo spazio del sogno, ma questa è più una cosa da dormiveglia. Io ho provato a svegliarmi, a parlare con lui, a interagire, persino a tubare, ma non ci riesco, non ci sono mai riuscita.
L’unica cosa che mi dà sollievo, è gridare nella notte. Gridare e respirare in un sacchetto del pane.
Prima o poi capirò cosa ha da dirmi, o sarò io a tubare, e, Dio mi è testimone, farò esattamente quello che mi chiede.
Costi quel che costi.

Questo racconto è scritto nell’ottobre 2012, selezionato all’interno del contest “Storie di amore e di follia” e pubblicato nell’omonimo ebook di Isbn Edizioni.

L’illustrazione che arricchisce questo racconto è stata realizzata, appositamente per questo blog, da Gianluca Sturmann.