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Progettare al telefono.

C’è questa storia che credo di aver sentito ai tempi dell’università, sui progetti al telefono. Mi pare che il protagonista fosse Lázló Moholy-Nagy, artista e pioniere di grafica, design e teatro. O, almeno, a me piace pensare che sia lui.

Mi capita di raccontarla spesso, quando voglio difendere l’importanza del progetto. Del progetto grafico, in particolare.

Chiaramente, per non incorrere in errori, evito le date, vagheggio sui luoghi, ma do alcuni parametri di riferimento: il fatto che Moholy-Nagy fosse ungherese (sapete che molte delle lingue ugrofinniche si trovano in pericolo di estinzione?), gli esordi Dada, il contributo al Bauhaus. Tutte coordinate che servono a dare credibilità alla storia e ad avvalorare la tesi che la storia supporta.

Controllo totale.

Che sia vera o meno, che sia stato nel 1920 o qualche anno dopo, che il protagonista sia Moholy-Nagy o Gropius o El Lissitzky poco importa.

Il succo della questione è che un buon progetto si deve poter dettare al telefono. La complessità, dato tempo infinito, non conta più di tanto.

Con parametri condivisi (carta millimetrata e tabella colori o assi cartesiani e mazzetta Pantone®) il progettista deve avere un tale controllo sul proprio lavoro da poterlo descrivere a parole, per punti, senza indecisioni, imprecisioni o possibilità di fraintendimenti.

Battaglia navale.

Ora, non vi sto suggerendo di progettare la vostra prossima brochure dettandola via telefono al tipografo. Dico solo di diffidare di tutto ciò che è arbitrario, ondivago, che sfugge a una definizione chiara: formato 20×20 centimetri al sangue, 16×16 in gabbia, font Helvetica, corpo 10 interlinea 12, impaginato a bandiera sinistra. Cose così. Come a battaglia navale.

“Il supervisore prendeva nota delle forme dettate nella posizione corretta. Era come giocare a scacchi per corrispondenza”

Verifica delle fonti.

Anche chi vuole scrivere un buon articolo deve avere un rigoroso controllo dei contenuti, in particolare delle fonti. Così che, adesso, la nebulosa storia che ricordavo e raccontavo, si è arricchita di alcuni particolari che ne aumentano la veridicità: era proprio Moholy-Nagy, erano cinque vasi di ceramica, era il 1922. Se non mi credete, cercatelo su Google. Resta il fatto che progettare al telefono è possibile. Lui l’ha fatto e io l’ho sempre saputo, anche prima di Google.

 

Mike.

Tutti i polli che conoscete sono senza testa. La maggior parte di voi ne avrà visti centinaia, sdraiati sul polistirolo, fasciati nel cellofan, senza piume, senza zampe e, soprattutto, senza testa.

Ciò che differenziava Mike da qualsiasi altro pollo senza testa era il fatto di essere vivo.

Ora, non sono un esperto di ornitologia, non ho mai tirato il collo a un pollo né, tantomeno, mi è mai saltato in mente di mozzare la testa a un animale con un’ascia, ma credo che quella utilizzata da Lloyd Olsen fosse una prassi usuale, se non corretta. Immaginate, quindi, lo stupore di questo allevatore che, partito con la ferma intenzione di uccidere un pollo, non ci riuscì e lo vide zampettare via senza testa. Poche ore dopo, decise di attribuire un nome, Mike, al pollo sopravvissuto. Dopotutto è importante la questione dei nomi. Anche Dio chiese ad Adamo di nominare le cose del creato. Di fatto, se oggi un pollo si chiama pollo lo dobbiamo ad Adamo e se Mike si chiama Mike lo dobbiamo al Signor Olsen. Se poi sia giusto dare un nome a un animale solo nel momento in cui non muore, è tutto un altro paio di maniche.

Insomma, capirete che Mike fu, da subito, un pollo speciale e, dopo alcuni giorni di sopravvivenza, fu chiara la sua natura fenomenale. Per questo, il Signor Olsen si trasformò da allevatore in saltimbanco e presentò la sua creatura al mondo con il nome d’arte di “Mike lo straordinario pollo senza testa”.

Nel millenovecentoquarantacinque la televisione non era ancora così diffusa ed è comprensibile immaginare che moltissimi americani volessero pagare qualche quarto di dollaro per vedere Mike entrare in scena con una testa posticcia, che in seguito veniva rimossa, e stupirsi di quanto la vita potesse essere ostinatamente radicata dentro a una creatura così insignificante. Dopo pochi mesi di tour, Mike valeva già diecimila dollari. Quando si sparse la voce, ogni allevatore del Colorado mise sul ceppo un pollo dietro l’altro, guidato dalla segreta ambizione di riuscire, con un colpo chirurgico, a non recidere la giugulare lasciando intatta almeno una parte del tronco encefalico, proprio come era successo per Mike. In breve, furono uccisi parecchi polli e, siccome nessuno degli allevatori riuscì a creare un altro Mike, l’unico considerevole fatto fu il vertiginoso incremento dell’offerta di polli che, in un libero mercato, non fece altro che abbassare il valore e l’appetibilità della merce.

Mike crebbe di circa tre chili, dopo l’asportazione della testa, ma non credo che molti allevatori sarebbero stati lieti di avere le stesse attenzioni che il Signor Olsen riservava al suo pollo. Sì, certo, Mike era vivo. E sì, certo, camminava e sbatteva le ali, ma, essendo privo di becco, non poteva alimentarsi da solo. Ci pensava il Signor Olsen che, con un contagocce riempito di latte e acqua, ingozzava il collo del pollo. Sì, il collo. Un’altra attività con cui il Signor Olsen si dilettava, era la rigorosa e quotidiana pulizia degli orifizi dell’animale la cui pratica necessitava di strumenti appositi.

Con un contagocce riempito di latte e acqua, ingozzava il collo del pollo.

Di questi particolari e dell’affetto che il Signor Olsen sviluppò per il suo pollo non voglio parlare, perché la loro favola finì dopo soli diciotto mesi, in un motel di Phoenix.

Sarebbe cinico descrivere, con dovizia di particolari, la cocente delusione e il grave senso di perdita che il Signor Olsen provò quando, per una banale dimenticanza, vide morire Mike per strangolamento.

Per questo, la chiudo qui.

Chiunque venisse a conoscenza della storia di Mike il pollo senza testa potrebbe pensare che il narratore, come un novello Esopo, stia utilizzando un escamotage letterario, dicendo una cosa e intendendone un’altra. Ad esempio, Mike potrebbe essere usato per sottolineare quanto sia importante saper cogliere le occasioni, anche le più eccentriche, che la vita propone. O quanto sia cruciale, per un imprenditore, trasformare i rischi in sfide e differenziare il proprio business. O, ancora, quanto sia inutile copiare l’innovazione altrui, senza comprenderne la reale essenza. Facendo riferimento all’eccidio di polli, si potrebbe alludere a una morale simile a “meglio un uovo oggi che una gallina domani” che vedrebbe premiata la parsimonia e punita l’avidità. Oppure la vicenda di Mike potrebbe alludere alla possibilità di un corretto svolgimento delle funzioni di un organismo a fronte della mancanza di un capo e, quindi, definirsi come metafora politica di un modello gestito dal basso. Infine, gli ultimi giorni di Mike potrebbero essere il correlativo dell’Amore, che all’improvviso ti toglie il fiato, ti dona felicità e fortuna, ma che, se non viene accudito quotidianamente, soffoca sotto la sua stessa essenza.

Potrebbe essere tutto questo o, semplicemente, la storia di Mike, il pollo che visse diciotto mesi senza testa.

Questo racconto è stato pubblicato nell giugno 2012 sul numero uno della rivista indipendente “Costola”. Originariamente, era accompagnato da due illustrazioni di Daniele De Batté

L’illustrazione che arricchisce questo racconto è stata realizzata, appositamente per questo blog, da Gianluca Sturmann.

 

Tutti Troll.

Non è necessario essere nativi digitali per aver sentito la parola “Troll”. È più difficile immaginare che chi l’abbia sentita o, addirittura, la usi correntemente riesca a definire natura e comportamento di un Troll in una comunità digitale.

Ho cercato di capirci qualcosa e, ora, sono ancora più confuso.
Partiamo dall’inizio.

Troll mitologici, Troll letterari.

L’etimologia del termine che mi piace di più è quella mitologica: i Troll norreni hanno tratti salienti differenti a seconda del filone folkloristico di provenienza, ma sono un ottimo punto di partenza per definire una serie di comportamenti.

Un termine di paragone ancora più calzante lo offrono Berto, Maso e Gugliemo che, ne “Lo Hobbit”, Tolkien descrive come enormi, stupidi e violenti: ecco, diamo per assunto che l’aggettivo “Troll” stia a significare questo.

L’ambiente del Troll.

Nato negli ’80, all’interno di comunità virtuali pionieristiche come forum e chat room, il fenomeno è esploso, in tutta la sua virulenza, nell’epoca dei Social Network (più o meno asimmetrici). Al lungo elenco che sicuramente immaginate, aggiungete ogni luogo digitale dove sia possibile interagire e lasciare un commento: i Troll, bazzicano qui.

Fare il Troll.

Leggendo la voce di Wikipedia si trova la frase Una persona che interagisce con gli altri utenti […] con l’obiettivo di disturbare la comunicazione”.

Per i redattori, l’intenzione dolosa è centrale per definire una persona come Troll: in sostanza, un utente mantiene un certo comportamento, perché ha una strategia predefinita, un obiettivo non dichiarato.

Se l’avere un’identità fake non è sinonimo di cattive intenzioni (o di un completo sovvertimento del comportamento dell’individuo sotto pseudonimo) utilizzare tattiche come flame, flood e cross posting è un chiaro indice di un atteggiamento premeditato e distruttivo.

Sia che voi siate Community Manager, sia che siate navigatori della domenica, non dovreste avere problemi a individuare i Troll di questa specie e a reagire di conseguenza.

Tutti vi consiglieranno il classico “Don’t feed the Troll”. Alcuni, come Annamaria Testa, suggeriscono ben 27 modi per insultarsi con efficacia e sabotare le discussioni in rete.

Altri, come Dan Goodswen, rispolverano l’antagonismo tra Batman e Joker per teorizzare che, per depotenziare i Troll, basti l’ironia di un LoL.

Essere un Troll.

Continuando nell’indagine, però, ho notato che esistono altri comportamenti, meno netti che comunemente vengono attribuiti ai Troll.

Come questi:

  • L’invio di messaggi intenzionalmente sgarbati, volgari, offensivi, aggressivi o irritanti;
  • Lo svelare trame di film o libri senza avvertire;
  • L’attribuire a tanti l’opinione di uno, vittimizzandosi e non rispondendo nel merito, spingendo possibilmente altri utenti a prendere le proprie difese;
  • Il ridicolizzare o denigrare ripetutamente gli interventi di un utente “concorrente”.

Questi sono atteggiamenti molto frequenti nelle interazioni fra persone, sia online, sia offline.
Da quanto non parlate con vostra suocera? Siete stati in coda alle Poste, di recente? Ecco.

Vita reale, vita digitale.

Poche persone sono in grado di interagire mantenendo atteggiamenti costruttivi, positivi, decorosi. Non tutti conoscono la netiquette. Non tutti hanno capito che non c’è separazione tra vita reale e presenza digitale. Non tutti hanno gli strumenti (dialettici) elementari per gestire una discussione.

In definitiva, non tutti sono Troll. O meglio, c’è una sostanziale differenza tra essere Troll e fare il Troll.

Il punto è che questa differenza è difficile da verificare.

Velocità vs Comprensione.

Il 47% degli italiani accede da dispositivo mobile. Moltissime persone navigano in modo superficiale, condividendo articoli che non leggono, commentando solo titoli e abstract. Come aggravante, alcuni di quelli che s’impegnano a leggere tutto il contenuto, probabilmente non lo capiscono a pieno, visto che quasi il 47% degli italiani è analfabeta funzionale.

Annidati tra questi dati ci sono anche i vostri amici e, nel caso in cui siate professionisti, i vostri clienti o i clienti dei vostri clienti.

Etichettare i Troll.

L’aggressività eccessiva va sempre condannata ma, dopo averci riflettuto un po’, sono giunto alla conclusione che ci sia una considerevole possibilità che dietro a molti atteggiamenti considerati molesti o distruttivi non ci siano dei Troll puri. Di conseguenza, applicare l’etichetta al primo accenno di animosità si potrebbe rivelare controproducente, soprattutto per chi gestisce canali social per lavoro.

Riscoprite il piacere del dibattito.

Insomma, soprattutto se siete professionisti, il laconico “Don’t feed the Troll”, che ovviamente resta la soluzione economicamente più ragionevole, potrebbe, a lungo andare, essere controproducente.

È faticoso, ci vuole tempo, ma cercare di valutare con attenzione le persone che avete di fronte è fondamentale. Se pensate di avere a che fare con un Troll, mantenete la calma e difendetevi con rigore: la verità è una luce che, Gandalf ci insegna, li lascia di sasso.

 

Candelora.

Il bambino è seduto nel letto con due cuscini piegati tra reni e testiera. Il peso delle coperte gli schiaccia le gambe secche e parallele. I monitor ribattono la frequenza cardiaca. L’ossigeno fischia nel tubo.
L’uomo è di fianco al letto. Siede composto, ma il parka lo impaccia.
«Ti prendo un’altra coperta?» chiede l’uomo sfregandosi le mani sulle cosce.
Il bambino scosta la mascherina trasparente dal viso «No, grazie. Non sento freddo»
Un uccello piomba sul balcone della stanza. Atterra con difficoltà sulla ringhiera: la testa incassata tra le ali, le piume sferzate della tormenta.
Il bambino fissa il volatile «Bianca sarebbe più bella»

Il bambino fissa il volatile «Bianca sarebbe più bella»

L’uomo pondera la risposta «Penso sia un maschio»
«Sembra una merla – ribatte il bambino – Non avevo mai visto una merla»
L’uomo annuisce lentamente «Anche scura non è male»
Il bambino tossisce dentro la mascherina, poi continua con un filo di voce. «Mio padre mi ha detto che gli uccelli portano via le anime delle persone morte»

«Mio padre mi ha detto che gli uccelli portano via le anime delle persone morte»

«L’ho sentito dire anch’io, ma penso sia solo un modo di dire»
Il bambino spegne l’erogatore, posa la mascherina e mette le braccia lungo i fianchi. Braccia lunghe, ossa in crescita. Le mani, animate da un leggero tremore, stringono e lasciano la ruvidezza della lana. La neve sferza il balcone con fiocchi pesanti che rigano il vetro. La merla, con un balzo, si stacca dalla ringhiera e si butta nella tormenta. L’uomo aggiunge una coperta sulle gambe del bambino.
Il bambino tocca la mano dell’uomo e la tiene per un attimo «Io non voglio più avere freddo» dice, mentre rilassa le dita «Da oggi, per me, finisce l’inverno»

«Da oggi, per me, finisce l’inverno»

Il corridoio è illuminato da lampade al neon, una ogni due metri. Lettighe vuote sono parcheggiate vicino agli ingressi delle stanze. L’uomo cerca di sciogliere il freddo assiepato tra le scapole roteando le spalle. Di fronte a lui, il dottore accosta il piumino sopra il camice, strofina una mano sull’altra cercando l’attrito della pelle secca e screpolata.
«La temperatura esterna è troppo bassa. Le caldaie vanno al massimo. Sembra impossibile, ma non riusciamo a riscaldare neanche i reparti al piano terra»
«Che mi dici del bambino?» chiede l’uomo sprofondando le mani nelle tasche.
«Il quadro clinico non è critico: la febbre è scesa e gli antibiotici stanno facendo effetto. Ma non sono i polmoni a preoccuparmi»
«Il padre si è fatto vivo?»
Il dottore sposta il peso da un piede all’altro. La gomma degli zoccoli stride sul linoleum.
«Solo mezz’ora tra ieri e oggi»
«Immaginavo. Cercherò di parlare ancora con il bambino, poi scriverò la mia relazione: sarà il tribunale dei minori a decidere»

L’uomo è percorso da un brivido, mentre traguarda il bambino dall’oblò rettangolare al centro della porta.
«Mi pare che di te si fidi – dice il dottore – sono sicuro riuscirai a capire cosa è meglio per lui»
L’uomo annuisce e, sovrappensiero, lascia che le sue pupille perdano il fuoco. Fa scattare ripetutamente il bottone automatico della tasca destra. Con l’altra mano, si accarezza la base del naso e sente l’odore pungente del disinfettante economico.
Quando guarda di nuovo attraverso l’oblò, il letto è vuoto.

Nessuno si aspetta la neve. Il cielo è di un bianco accecante, corrono le nuvole ghiacciate spinte dal vento. Fiocchi in cristalli schizzano a tagliare la faccia, a bruciare le orecchie. La città è in agonia. L’ospedale sembra un enorme pitone ibernato sulla collina. Il balcone è coperto da uno scricchiolante strato di neve fresca. Gettati vicino ai piedi del bambino stanno la maglietta di lana, la camicia del pigiama, i maglioni, le calze. Le mani hanno già perso sensibilità a contatto con la ringhiera, ma le sue dita stringono il metallo con tutta la forza dei nervi. I piedi scalzi scavano uno spazio nella neve con il tepore delle piante, ma, in breve, dal rosa passano al bianco, al blu. Respira a fondo. Il naso non basta a scaldare l’aria che arriva gelida nei polmoni. Ha il petto esile e il ventre prominente che, gonfiandosi, tira il diaframma. Si vede il cuore pulsare. Si possono contare le costole fino a tendere la pelle fra l’una e l’altra. Sentire con le dita il cuore che batte. L’uomo accorre, apre la portafinestra ed esce sul balcone. Rallenta, poggia le mani sulle spalle del bambino esercitando una pressione leggera ma decisa.
«Rientriamo?»
Il bambino non si volta, ma toglie le mani dalla ringhiera e le posa su quelle dell’uomo.
«Mio padre mi ha detto che la neve non è fredda, se il cuore non è triste»
Il sangue defluisce dalle gote del bambino. Il calore si dissipa e le unghie sbiancano. I peli biondi sulla nuca si drizzano seguendo la pelle d’oca.
«Non ho paura dell’inverno, perché il mio cuore è caldo di coraggio»
Lo sguardo del bambino resta fisso all’orizzonte e le parole si mischiano col vento.
«Gennaio è andato e Febbraio arriva. E quando arriverà io sarò qui ad aspettarlo»

Ho scritto questo racconto nel febbraio del 2011 per il concorso “Io sono Febbraio – Racconta la tua favola invernale” di ISBN Edizioni. “Candelora”, così come lo potete leggere sopra, è stato selezionato dalla giuria e inserito nell’e-book “Storie di Febbraio”.

L’illustrazione che arricchisce questo racconto è stata realizzata, appositamente per questo blog, da Gianluca Sturmann.

 

Perché Maindeghep.

Maindeghep è una sorta di restituzione della fonetica italiana di Mind the gap”, il noto messaggio di avviso delle metropolitana inglese.

È sia un allarme, sia una dichiarazione d’intenti: come a dire, salterò tra Comunicazione e Storytelling, tra Branding e Design o, più probabilmente, di palo in frasca.

Il mio Maindeghep, poi, non serve solo a indicare il vuoto tra carrozza e piattaforma, tra un argomento e l’altro, ma a evocare il gesto che permette di coprire una certa distanza. Quello scarto, quasi sempre diagonale, improvviso, istintivo, che molti chiamano Creatività e che a me piace chiamare Divergenza.

Cosa troverete su Maindeghep.

Soprattutto post su Marketing e Comunicazione. Saranno divisi in categorie come Branding, Advertising, Social Media e simili. Avranno la forma di articoli in cui cercherò di condividere ciò che mi passa per la testa. I post di questo tipo saranno sempre accompagnati da fotografie in bianco e nero.

Inoltre, sotto la categoria “Racconti”, raccoglierò alcuni racconti brevi scritti da me. Partirò da quelli che sono già stati scelti, premiati o pubblicati in raccolte, oggi difficilmente reperibili. Ognuno dei miei racconti sarà accompagnato da un’illustrazione inedita di Gianluca Sturmann, appositamente creata per questo blog.

Spero che, in questo esperimento, non vogliate lasciarmi da solo con me stesso.

Buona lettura.

 

Perché un blog.

La prima domanda che vi farete atterrando su questo blog non sarà “Perché il nome Maindeghep?”, ma, probabilmente, “Perché aprire un blog nel 2014?”.

È la stessa che mi sono posto io, almeno tre volte: nel momento dell’ideazione, durante la progettazione e poco prima della pubblicazione di questo spazio.

Sì, è vero, il mio sito personale era fermo da sette anni e andava aggiornato. È vero anche che, grazie ai Social Network, la mia presenza online è piuttosto massiccia e non era obbligatorio aggiungere un ulteriore tassello autoreferenziale.

Il Blog? Colpa di Twitter.

La colpa, probabilmente, sta nella mia passione per Twitter: credo sia per la velocità, la brevità e i continui stimoli ricevuti se ho sentito necessità di avere più spazio per dialogare.

Avrei potuto fare qualche guest post o aprire Medium, ma ho preferito “portare il pallone”. Anzi, nel dubbio, mi sono proprio costruito il campo. Così le regole sono mie, i tempi sono miei e, quando mi stancherò (perché mi stancherò), farò sparire tutto, assecondando la mia mia brama di controllo.

Tutta la verità.

La verità è che ci sono conversazioni cui mi fa piacere partecipare. Ci sono argomenti che m’interessano e su cui, forse con costrutto, io posso provare a dire la mia e voi la vostra. E quindi, eccoci qui.